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critico non va al di là, e quando il poeta morì e sopravvisse il critico, esagerando questi concetti astratti e superficiali, guastò miserabilmente il suo lavoro, e ci diè nella Gerusalemme conquistata di quella ricca vita il solo scheletro, il quale perchè meglio congegnato e meccanizzato gli parve cosa più perfetta.

Ma il Tasso, come Dante, era poeta, ed aveva una vera ispirazione. E la spontaneità del poeta supplì in gran parte agli artificii del critico.

Torquato Tasso, educato in Napoli da’ gesuiti, vivuto nella sua prima gioventù a Roma, dove spiravano già le aure del Concilio di Trento, era un sincero credente, ed era insieme fantastico, cavalleresco, sentimentale, penetrato ed imbevuto di tutti gli elementi della coltura italiana. Pugnavano in lui due uomini: il pagano e il cattolico, l’Ariosto e il Concilio di Trento. Mortagli la madre che era ancora giovanetto, lontano il padre, insidiato da’ parenti, confiscato i beni, tra’ più acuti bisogni della vita, non dimentica mai di essere un gentiluomo. Serve in corte e si sente libero; vive tra’ vizii e le bassezze, e rimane onesto; domanda pietà con la testa alta e con aria d’uomo superiore e in nome de’ principii più elevati della dignità umana.

Ha una certa somiglianza col Petrarca. Tutti e due furono i poeti della transizione, gl’illustri malati, che sentivano nel loro petto lo strazio di due mondi, che non poterono conciliare. La Musa della transizione è la malinconia. Ma la malinconia del Petrarca era superficiale; rimaneva nella immaginazione, non penetrò nella vita. Era una malinconia non priva di dolcezza, che si effondeva e si calmava negli studii, e lo tenne contemplativo e tranquillo fino alla più tarda età. La malinconia del Tasso è più profonda, lo strazio non è solo nella sua immaginazione, ma nel suo cuore, e penetra in tutta la vita. Sensitivo, impressionabile, tenero, lacri-