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Tolse molta parte al caso e alla forza brutale, e molta ne diè all’ingegno, alla forza morale, alle scienze, come nei suoi duelli e battaglie. Mirò a dare al suo racconto un’apparenza di storia e di realtà. Si consigliava spesso con i critici, e dava loro a leggere il poema canto per canto, e mutava e correggeva, docilissimo. Tra questi critici consultati era Speron Speroni.

Il Tasso voleva fare un poema seriamente eroico, animato da spirito religioso, possibilmente storico e prossimo al vero o verisimile, di un maraviglioso naturalmente spiegabile, e di un congegno così coerente e semplice, che fosse vicino ad una logica perfezione. Questo era il suo ideale classico, che cercò di realizzare, e che spiegò ne’ suoi scritti sul poema eroico e sulla poesia, ne’ quali mostrò che ne sapeva più de’ suoi avversarii.

Il poema fu accolto con quello spirito che fu composto. Letto prima a bocconi, quando uscì tutto intero, scorretto e senza saputa dell’autore, si destò un vespaio. I critici lo combatterono con le sue armi. Se volevate fare un poema religioso, diceva l’Antoniano, dovevate darci un poema che potesse andar nelle mani anche delle monache. Gli uomini pii, che allora davano il tuono, mostravano scandalo di quegli amori rappresentati con tanta voluttà, malgrado che il povero Tasso ne chiedesse perdono alla Musa coronata di stelle fra’ beati cori. E per farli tacere, costruì una allegoria postuma e particolareggiata, che fosse di passaporto a quei diletti profani. Come arte, il poema fu esaminato nella composizione, nella elocuzione, nella lingua e fino nella grammatica, che era la materia critica di quel tempo. Trovavano la composizione difettosa, soprattutto per l’episodio di Olinto e Sofronia, lasciati lì e dimenticati nel rimanente dell’azione. Parea loro che la vera e seria azione comprendesse pochi canti, e il resto fosse un tessuto di episodii e avventure legate non necessariamente con quella.

De Sanctis ― Lett. Ital. Vol. II 11