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parere cosa mirabile al suo maestro di greco, Pilato, e a’ latinisti e grecisti che erano allora i letterati, le donne, che cercavano ne’ libri il piacer loro, facevano de’ suoi scritti poca stima, e ciò che peggio era, per lui Aristotile, Tullio, Virgilio e Tito Livio e molti altri illustri uomini creduti suoi amici e domestici, come fango scalpitavano e schernivano. In verità, le donne col loro senso naturale erano migliori giudici in letteratura che Leonzio Pilato e tutti i dotti.

Quelli che chiamarono tranquillo il nostro Giovanni, espressero un concetto più profondo che non pensavano. La tranquillità è appunto il carattere del nuovo contenuto ch’egli cercava sotto forme pagane. La letteratura del medio evo è tutt’altro che tranquilla; anzi il suo genio è l’inquietudine, un carcere continuo, il di là senza speranza di attingerlo. Il suo uomo è sospeso da terra con gli occhi in alto, accesi di desiderio. L’uomo del Boccaccio è al contrario, assiso, in ozio idillico, con gli occhi volti alla madre terra, alla quale domanda e dalla quale ottiene l’appagamento. Ma al Boccaccio non piace esser chiamato tranquillo, inconsapevole che la sua forza è lì dov’è la sua natura. E si prova nel genere eroico e cavalleresco, e nelle Confessioni della Fiammetta tenta un genere lirico-tragico. Tentativi infelici di uomo che non trova ancora la sua via. L’indefinito è negato a lui, che descrive la natura con tanta minutezza di analisi. Il sospiro è negato a lui che numera ad uno ad uno i fenomeni del sentimento. L’eroico e il tragico non può allignare in un’anima idillica e sensuale. E quando vi si prova, riesce falso e rettorico. Perciò non gli riesce ancora di produrre un mondo, cioè una totalità organica, armonica e concorde. Nel suo mondo epico-tragico-cavalleresco penetra uno spirito eterogeneo e dissolvente, che rende impossibile ogni formazione artistica, il naturalismo pagano, spirito invitto perchè è il solo che vive

De Sanctis ― Lett. Ital. Vol. I 21