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la caricatura cerca occultarlo sotto contraria apparenza: il poltrone fa il bravo. Nasce il contrasto tra l’essere e il parere: la situazione divien comica, e la sua forma è l’ironia. Lo spettatore indulgente e che vuole spassarsi a sue spese finge di crederlo e di secondarlo; accetta come seria l’apparenza che si dà, anzi la carica ancora di più; fa il bravo, ed egli lo chiama un Orlando; ma accompagnando le parole di un cotale ammiccar d’occhi che esprima scambievole intelligenza, di un tuono di voce in falsetto, di un riso equivoco, che vuol dire: io ti conosco. Perciò l’essenziale dell’ironia non è nell’immagine, ma nel sottinteso: è il riflesso che succede allo spontaneo; immagine sottilizzata nel sentimento. Forma delicata, perchè lo spettatore, alla vista del difetto che altri cerca di mascherare, non sente collera, non gli strappa la maschera dal viso, anzi se la mette egli stesso e serba una compostezza e una pulitezza, equivoca ne’ movimenti e ne’ gesti. Forma di tempi civili, assai rara nelle età barbare e nelle poesie primitive. Dante, accigliato, brusco, tutto di un pezzo, com’è ne’ suoi ritratti, ha troppa bile e collera, e non è buono nè alla caricatura, nè all’ironia. Ma dalla sua fantasia d’artista è uscita una di quelle creazioni, che sono le grandi scoperte nella storia dell’arte, un mondo nuovo: il nero Cherubino, che strappa a san Francesco l’anima di Guido da Montefeltro, è il padre di Mefistofele. Egli crea il diavolo, gli dà il suo concetto e la sua funzione. Il diavolo è l’ironia incarnata; non ci è uomo tanto briccone che il diavolo non sia più briccone di lui, e capite che non è disposto a guastarsi la bile per le bricconerie degli uomini. L’uomo può ingannare un altro uomo, ma non può ficcarla al diavolo, perchè il diavolo nel suo senso poetico è lui stesso, la sua coscienza che risponde con un’alta risata a’ suoi sofismi, e gli fa il contro-sillogismo, e gli dice beffandolo:

F. De Sanctis ― Lett. Ital. Vol. I 14