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dei Sarmati, degli Avari, degli Unni, dei Tatari e dei Turchi. Notiamo anche, tra le cause che hanno potuto alimentare la emigrazione, la inclinazione alla guerra ed alle grandi imprese, l’avidità di bottino, le dissensioni intestine, il desiderio di un clima più dolce, ecc.

Una osservazione importante, fatta dal Ratzel nella sua opera citata1, è questa, che nelle grandi migrazioni storiche la popolazione si divide, quasi sempre, in due parti, l’una che rimane fedele all’antica dimora, l’altra composta dagli emigranti. Paolo Diacono riferisce che dei Germani già stabiliti nella Scandinavia, il terzo rimase colà2: Procopio, parlando della migrazione dei Vandali della Slesia, dice che i rimasti in paese conservarono ed ebbero cura dei terreni appartenenti agli emigranti, ed aggiunge che questi non vollero rinunciare ai loro diritti sulla terra natìa malgrado tutte le sollecitazioni fatte dai primi al re Genserico per ottenere una tale rinuncia. Duecento anni erano già trascorsi dalle prime migrazioni dei Longobardi dal bacino inferiore dell’Elba, quando essi si rivolsero, per aiuti, ai loro antichi amici, i Sassoni, i quali vennero di fatti in Italia lasciando il loro paese in balìa degli Svevi settentrionali3. Importantissime sono queste divisioni per le loro conseguenze nella distribuzione geografica dei popoli, in quanto che non raramente si manifestarono durante il movimento stesso di migrazione. Solo per questo modo si spiega la straordinaria diffusione di certe famiglie: così degli Alemanni nei bacini della Mosa e della Mosella, nei dintorni di Maastricht, di Colonia, di Jülich e nella valle della Nahe; dei Chatti nella Lorena, nelle contrade dell’Odenwald e nell’Alsazia; dell’antica confederazione Sveva nella Fiandra, nel Saalgau e nella Moravia; degli Angli nella penisola del Jütland, nelle regioni del Reno inferiore, nella Turingia e nell’Inghilterra.

Questi diversi frastagliamenti parziali dovettero favorire in


  1. Ratzel, Antropogeographie, pag. 454 e 455
  2. De gestis Langobardorum, lib. I, cap. 2
  3. De gestis Langobardorum, lib. I, cap. 6