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le rovine e il gran veglio 245

tare da Caronte. Insomma, o trasformasse o frantendesse, nell’Eneide aveva la ispirazione o il modello di quest’uffizio del ramo d’oro. E non basta. In Servio il Poeta leggeva: “accostarsi alle sacre cerimonie di Proserpina non poteva se non preso il ramo„; e celebrare i misteri di Proserpina Servio dichiara come “andare agl’inferi„. Sapeva dunque il Poeta tutta la virtù simbolica del ramo in relazione a Proserpina. E chi non resta qui colpito dallo strale della verità, quando ripensa che in questo episodio è mentovata “la regina dell’eterno pianto„, e poco dopo “la donna che qui regge„?1 O non è qui Proserpina richiamata dalla “verghetta„, dal ramo? Il qual ramo, infine, è detto da Servio simbolo di ciò “che si devono seguire le virtù„.2 Che più? E anche un’altra particolarità ha il Messo che ha anche l’Enea di Virgilio. Il Messo è noiato “dall’aer grasso„, traversando lo Stige. Enea, entrando, come Dante forse interpretava, prima di figgere la verga, o forse, come egli ancora interpretava, prima di battere con essa alla porta, “sparge il corpo d’acqua recente„. E Dante leggeva in Servio: “Recenti; semper fluenti, dixit hoc propter paludem Stygiam„. Leggeva, o non aveva bisogno di leggere: “spargit aqua; purgat se nam impiatus (al. inquinatus) fuerat aspectu Tartari„.

Dante si spiegava un po’ grossamente quel lavacro lustrale: come se Enea fosse tinto dall’aria tinta, dall’aer grasso. E così fa che il suo Messo senta quella noia. Or come non è Enea che la ri-

  1. Inf. IX 44, X 80.
  2. Serv. ad Aen. VI 136. Ed è a foggia d’ypsilon e di bivio: di che riparlerò. Cfr. pag. 3 n.1