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sentirselo dire si fosse ormai convinta che bisogna vivere pazientemente solo per aspettar la morte.

Accanto a lei stava Luca, vestito di nero, grasso, cascante, con gli occhi spalancati, simile ad un vecchio di sessant’anni. Anche Gavina sedeva nell’angolo fra la «console» e il divano, ma la gente che passava nella saletta semibuia come in una strada lugubre pronunziando parole di morte, non badava a lei.

Passarono tutti i borghesi della piccola città, i ricchi paesani, i preti, i canonici; il canonico Felix fu l’unico a parlare di vita.

— Signora Zoseppa, coraggio! Vede, i suoi figli le fanno compagnia, e hanno bisogno di lei. Sono giovani, la vita li attende; sì, hanno proprio bisogno di lei.

Ma poi venne il canonico Bellìa, accigliato, funebre, ad occhi bassi:

— Siamo nati per morire. Tutto muore, quaggiù: è destino; e noi siamo polvere che il vento disperde....

E Gavina si ripiegò su sè stessa come urlata dal vento funebre di cui parlava il suo confessore. Nella saletta la penombra si addensava, e sulla «console» anche la Venere pareva triste, convertitasi davvero in una melanconica Madonna.

Intanto in cantina zio Sorighe e il servo rimettevano il mosto nelle botti, procurando di non far rumore. Al vecchio rincrescevamol-