Pagina:Sino al confine.djvu/296


— 290 —

za dare troppa importanza al suo discorso. Il paesaggio, quella notte, era tanto bello, coperto dal velo argenteo della luce lunare! E sul cielo azzurro apparivano solo le costellazioni maggiori, nitide come ella non ricordava di averle mai vedute.

La voce piagnucolosa di Paska pareva venir di lontano, da un piccolo mondo di menzogne. Gavina sapeva bene qual’era l’origine dell’odio di Michela: e le chiacchiere della serva non potevano diminuire la sua pietà e il suo rimorso; ma la vecchia intuiva, con istinto geloso, questi sentimenti che per lei erano un segno di debolezza, di degenerazione, e riprese, più acerba!

— Tu non mi ascolti? Ebbene, ella dice che la bimba è malata perchè tu.... tu le hai dato il veleno!

Gavina la guardò.

— Io? Vaneggi?

— Hai avuto mai occasione di veder la bambina? Dimmi la verità: è vero che tu l’hai fatta portare dal nano presso tua zia Itria?

— Io, l’ho fatta portare? Io ero là: il nano venne con la bambina.

— È vero che le hai dato dello zucchero?

— Chi si ricorda? Ah, sì, mi ricordo: la zia Itria le diede lo zucchero.

— No! sei stata tu! — disse Paska, con accento ironico d’accusa. — E lo zucchero aveva il veleno!