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le lettere 277

casione e per il capriccio e per il cibo dei suoi veltri, per il gusto di chi lo applaude e per la commissione di chi lo paga; e resta in mezzo al rumore e al bagliore e alla mescolanza non sai se più singolare ovvero odiosa di queste cose, egli solo e fermo, chiuso nell’eleganza della persona asciutta, nella freddezza del viso superbo, che i nostri occhi non sanno scrutare: scivolano su qualche cosa di liscio e lucente, che ci arresta e ci rifiuta, come un nume celato nell’anima vana.

Lasciamo stare i momenti in cui anche D’Annunzio indulge alla volgarità della stagione, e parla di se stesso ai balordi col linguaggio pomposo dei ierofanti. Guardiamo al D’Annunzio nuovo, più comune, pratico, direi quasi commerciale, che l’esilio ha mostrato; e che ci attira sempre come un portento. Nei lavori venali e commerciali egli si piace di rivelare, per il suo diletto e per la sua ambizione, delle qualità d’arte pura e inimitabile, che saranno sempre la disperazione di tutti gli artisti borghesi, dall’animo probo, ornato di intenzioni serie e di mediocrità.

D’Annunzio non può essere mediocre. Può essere monotono, falso e anche detestabile in qualche punto; ma è sempre tale in un modo, che a lui solo è concesso: potremo odiarlo e sfuggirlo; ma tutti quanti nell’atto di prendere una penna in mano per allinear dei segni sopra una carta, non possiamo pronunciare il suo nome senza un sentimento di umiltà e di rispetto. Qualunque sia la grandezza che abbiamo o che sognammo nel cuore, questo pure è certo, che in quanto serviamo come lui a questo artificio di cavar degli effetti dai segni dell’inchiostro, siamo tutti simili, ma minori, immensamente poveri e scarsi in confronto di lui.