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i ritratti. 197

     O ch’io m’inganno, od ésca al foco accresce,
     130Onde una impura fiamma arde ed avvampa,
     Chi con esempi sciagurati e vili,
     E improvvido consiglio, avaro e falso
     All’istinto brutal del popol gramo
     Aggiunge lena, sì che alfin prorompe
     135Senza ritegno a’ danni nostri; e noi,
     Noi che fratelli.... A repentino scoppio
     Di mal frenate risa a bocca aperta
     Rimase, e tacque. — Nei palagi alteri
     Ora si educa la leggiadra prole
     140A leggiadro costume. Il Franco, e l’Anglo,
     E l’Alemanno coi nativi accenti
     Favelleranno all’itala donzella,
     Che nel patrio sermon balbetta appena.
     E il nobile garzone, o si scapestra
     145Innanzi tempo con ignota foga,
     O come cherichin pallido e smilzo
     Stecchito va, torcendo alquanto il collo.
Dopo le cure vane e gli ozi gravi
     Assistere ne giovi alle notturne
     150Scene, e lo spettator con novo incanto
     In novello spettacolo si muti.
     Ma chi ridir vorrà, s’anco il potesse,
     La commedia dei garruli palchetti,
     Ove si ride allor che il popol piange?
     155Tardi si giunga, e il varïato intreccio
     Delle figure mobili rinnovi
     Il prestigio di magica lanterna.
     La mano s’armi dell’acuto vetro;
     E l’occhio lento e grave intorno giri,
     160Quasi degli astri contemplando il corso,
     Alle partite zone, e non s’affisi
     Nel pianeta maggior quando nol chiami