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contento di tornare nella sua casina, presso la sua Carluccia, che gli vorrà tanto bene! Scusi, signor curato: sono una vera sciocca. Dunque ci siamo sposati; il viaggetto di nozze, un incanto; il primo mese in questa valle una delizia. A dirgliela però Amilcare fumava un poco troppo anche in principio, e mi appestava la camera.

Io non diceva niente; ma qualche volta mi mancava il respiro, mi sentiva un tantino di mal di stomaco. Cose da nulla. Il mio sposo mi amava; discorreva sempre del futuro, quando ci pianteremo in una città, e il suo nome diventerà celebre, e guadagnerà tanti quattrini, e gli pioveranno addosso tanti onori, e darà delle grandi feste, nelle quali io dovrò essere acconciata da vera regina. Quest’ultima parte non mi andava a’ versi; ho sempre avuta poca inclinazione a figurar nella gente. Certe piccolezze mi davano già ombra, m’offendevano un poco; aveva torto.

“Il male è cominciato quasi ad un tratto, quando venne ad abitare nella villa accanto a lei, signor curato, quella donna che dicono la baronessa, e quando, fino dal primo giorno del suo arrivo, mandò in gran furia a chiamar mio marito. Da quel momento non è stato più lui. Ha cento fumi per la testa; pare che si vergogni di me; e non ostante mi sforza a seguirlo nelle sue camminate sui monti, ma non mi guarda, non mi parla, non m’aiuta nemmeno a salire un’erta o a pas-