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patrimonio: vizioso e in urgente necessità di quattrini; d’intelletto bastevole per capire e secondare le finezze dell’impresa, ma di poca inventiva, perchè non gli saltasse un giorno il ghiribizzo di fare da sè; di bei modi signorili, con un bel nome e un titolo sonoro. A tutte le indicate qualità bisognava unirne un’ultima: quella di non essere punto conosciuto nella classe degli uomini di banca, o, meglio, di esservi conosciuto favorevolmente. Questa prerogativa s’univa alle altre nel barone di Steinach.

Era piuttosto un uomo scettico e leggiero, che propriamente perverso. L’uso della società galante di Vienna e di Parigi l’aveva rotto ad ogni vizio, senza fargli perdere il garbo delle maniere aristocratiche ed una certa sensibilità di natura. S’era impacciato tre o quattro volte in affari grossi e romorosi, ma, puntualmente, con indifferenza, aveva pagato le perdite, rimettendoci sino all’ultimo soldo. Allora, dopo avere conosciuto Gregorio Viorz, che non lo perdette mai più di vista e che lo richiamò in gran fretta, qualche anno appresso, appena avuta la prima ispirazione della Compagnia siderurgica, andò a Monaco al giuoco, facendosi prestare la posta, e guadagnò; e con quel guadagno, piantatosi a Parigi, cominciò la vita del cavaliere d’industria.

In un modo o in un altro se la campava, sempre abbigliato, benchè con un’ombra di gofferia teutonica, secondo l’ultima voga