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228 il demonio muto

dalla curiosità e guardai bene. Potei leggere, oltre al casato, Don Antonio, e l’anno MDCCLXX; ma il testo, tra l’essere logoro dallo stropiccìo de’ piedi e l’essere scritto in latino, non mi entrava nel cervello. Stavo così lambiccandomi da dieci minuti, quand’odo dietro di me una voce fessa e biascicante, la quale brontola, come se ripetesse una lezione imparata a memoria: “Sul sagrato di questa chiesa Don Antonio, maestro di virtù, fece ardere in benefica pira gli strumenti del peccato, e scacciò il Demonio muto dal cuore dei penitenti”. Non capii nulla neanche nella traduzione, e, vincendo il ribrezzo che la vecchia mi metteva addosso, le chiesi s’ella poteva spiegarmi il mistero dell’epigrafe.

Mi pigliò per il braccio con la sua mano adunca, che pareva un artiglio, e mi trascinò sul piazzale, nel mezzo, tra il portico della chiesa e le gradinate della roccia, le quali scendono al paese; poi, sempre tenendosi al mio braccio, fece il segno con la punta del suo bastoncino di un largo circolo intorno a noi, e disse:

— Qui, proprio qui. Era un gran fuoco. Pareva un incendio. I ragazzi avevano portato le fascine secche; gli uomini avevano accomodato le legne in una immensa catasta; le donne con le mani giunte, inginocchiate, pregavano. Poi una si alza e, togliendosi i pendenti dalle orecchie, li getta nelle fiamme; e, dopo questa, tutte, ad una ad una, o un mo-