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8 vade retro, satana

tuto neanche toccarle il polso. Mi ha cacciato qui senza lasciarmi tempo di fiatare: e noti che venivo dritto, sotto le nubi e i fulmini, da Ledizzo, e sull’asino. Manco male che avevo l’ombrello e il pastrano. Insomma, Don Giuseppe, si va o non si va?

— Non vengo, — rispose il prete, a cui la fronte e le gote erano diventate rosse infiammate; e, alzando i pugni, con voce da far tremare le muraglie, soggiunse: — Quella donna e i suoi drudi sono l’infamia, e saranno l’ultima rovina di questa valle. Dio li maledica!

Il dottore, scandolezzato, guardò l’altro negli occhi, mormorando: — Signor curato, la carità cristiana!

— La carità cristiana? Io mangio polenta e cacio, qualche volta un po’ di carne di maiale, mentre il mio corpo fragile, estenuato, roso, com’ella sa, dottore, da una malattia che aspetta ma non risparmia, avrebbe bisogno d’altri sostentamenti. Io vivo in mezzo al sudiciume di questo paese, alle miserie di questi montanari, a’ quali ho dato quel poco che ho guadagnato in dieci anni. La sera negli otto mesi d’inverno mi faccio piccolo per insegnare ai bimbi del villaggio; non c’è fanciullo o ragazza dai sette anni in su che non sappia leggere e scrivere e distinguere il bene dal male. Al vescovo, che mi voleva parroco nella pianura, ho risposto: “Monsignore, amo oramai la solitudine e la neve, le privazioni e l’ingratitudine„. Amo infatti queste gran-