Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/80

24 capitolo sesto

diti, afferrammo noi pure la logora stracciata veste, e colla stessa forza gridammo che quella anzi era proprietà nostra e non sua. Ma troppo ineguale era la causa, e la gente che era accorsa al romore, rideva, secondo il solito delle nostre querele; imperocchè riclamavan coloro un drappo ricchissimo, e noi un cencio, nè manco buono a far schiavina. Ma Ascilto fe’ cessare le risa, e chiesto silenzio disse: noi vediamo che tien cara ciascuno la roba sua; rendanci essi il nostro abito, e riprendansi la valdrappa.

Sebben quel cambio al villano ed alla donna piacesse, tuttavia gli avvocati notturni16 che voleano lucrare sulla valdrappa, insistevano che ogni cosa fosse in lor mano deposta, e che il dì vegnente il giudice ne avrebbe deciso; tanto più che non solo trattavasi del merito della quistione, ma quel che è più, dì conoscere in chi cadesse il sospetto del furto.

Già il pensier del sequestro piacea, quando non so chi tra que’ schiamazzanti, calvo e di fronte assai rilevata, che facea talvolta il procuratore, s’impadronì della valdrappa, e disse, che l’avrebbe resa all’indomani. Del resto egli era chiaro, che altro non cercavan costoro, se non che depositato una volta quel drappo, ingoiarselo tra loro ladroni, e che noi per timor del delitto non avessimo a comparire alla citazione. Questo volevamo noi pure; cosicchè il caso giovò ad ambe le parti; onde il villano sdegnato che noi tanto instassimo per quello straccio, buttollo nel viso ad Ascilto, e volle che tolta di mezzo la quistione, deponessimo la valdrappa, solo oggetto di tanta lite. Riacquistato così, come ci credevamo, il tesoro, corremmo all’albergo, e chiusi gli usci, risimo della finezza sì della comitiva, che degli accusatori, i quali con tanta scempiaggine ci avean reso il danaro.