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susurrò nell’orecchio e quegli rispondendogli un tosto vi servo, il medico voltosi al tedesco disse: pazientate un momento, tanto che il chierico possa aprire la stanza ove sta chiuso ciò che cerchiamo. Messer lo sagrestano non tardò guari, e fattosi loro innanzi, gli altri due lo seguitarono. I quali veggendosi condurre in chiesa, il tedesco strabiliava, e andava pensando tra sè, che il luogo ove Petronio si custodiva, e la gelosia con che era tenuto, ben palesavano essere conosciuto dai Bolognesi, e avuto in grandissimo pregio. Imperocchè gli venne mostrata sotto l’altar maggiore una cassa di bronzo con rabeschi indorati, e dentrovi un’altra di cristallo, alla quale il chierico indicando, lor disse: eccolo. Il sapiente di Lubecca diè due passi indietro per maraviglia, e gli cascarono di mano le lenti, ch’egli avea preparato per esaminare le pergamene o le scorze del codice, e il medico con un sorrisetto non però contumelioso gli disse: questi è il Petronio, di cui parla il vostro libro; osservate quanto e’ sia ben conservato, che appena comincia ora a divenire uno scheletro; e sappiate che da lui, che fu già nostro apostolo e vescovo, questo tempio chiamasi S. Petronio, e noi siam detti Petronj, o Petroniani, come più vi aggrada, nè altro Petronio abbiam noi, fuorchè coloro che con questo nome si appellano, e fuori che gli esemplari delle diverse edizioni di quel Petronio, di cui vi credevate trovar qui il codice intero. Non è possibil di esprimere la confusione del buon Tedesco, il quale strettosi al braccio del medico, e pregandolo per lo amore dell’uno e dell’altro Petronio di non palesare ad anima vivente questo vergognoso suo sbaglio, sortì immantinente, e senza pur desinare, al che il medico lo esortava ed invitava, rimontò in calesse, e chiotto chiotto a Lubecca in tutta fretta tornò.

Ad onta per altro di tutte codeste lacune, le quali ai tempi nostri sono in minor numero che non fossero