Pagina:Satire (Orazio).djvu/109


111

65Da potersi deporre entro un orecchio
Forato come un vaglio. In tutto questo
Tempo io fui sempre più di giorno in giorno
Scopo all’invidia. L’uno all’altro dice:
Ehi quel nostro figliuol della Fortuna
70Con Mecenate dimorò in teatro,
Con lui si sollazzò nel campo Marzio.
Se dalla piazza per le vie si spande
Un debole romore, ognun che a sorte
In me si scontri, mi domanda: O caro,
75Tu dei saperlo, perchè a’ nostri Dei
Ti stai vicin, che nove hai tu de’ Daci?
― Nessun in vero. ― Di burlarne hai voglia.
― Che mi fulmini il Ciel se ne so nulla.
― Dinne, se Augusto assegnerà le terre
80― Promesse a’ suoi guerrier nella Sicilia
O dentro Italia? S’io protesto e giuro
Che ciò m’è ignoto, me qual uomo d’insigne
Secretezza profonda ognuno ammira.
In tai miserie il giorno intier si perde
85Non senza sospirar: Quando, o mia villa,
Ti rivedrò? Quando tra’ prischi libri,
Tra ’l sonno e l’ozio a me gustar fia dato
Di così amara vita un dolce obblìo!