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tesa, si è improvvisamente mutato: un forte vento di libeccio spira. Eccoci tutti appiattati dietro i sassi, sui margini della strada, in vista del molo abbandonato. Di tanto in tanto i fari di un’automobile fanno trattenere il fiato e chinare il capo. Parri ispeziona la costa. Nulla. Il vento raddoppia di violenza e le onde si frangono con grandi spume sul molo. Al luogo dell’appuntamento invece della barca troviamo un veliero guardato da un agente daziario.

Siamo già in piedi per rincasare, quando il rumore di un’automobile ci ributta per terra. L’automobile rallenta, si ferma. Un tuffo al cuore: siamo stati traditi. La figura di Oxilia appare. Con voce ansante ci invita a salire in otto sulla vettura: «Non si può partire di qui, partiamo dai Pesci Vivi» (osteria ai margini del porto di Savona). Scaricati ai Pesci Vivi scendiamo la ripida scaletta, ci imbarchiamo a pochi passi dagli agenti. Comandi secchi, la barca si scosta. «Buona pesca» ci grida all’uscita un pescatore. «Grazie».

Il pesce grosso ha rotto la rete e corre verso l’alto mare. Pertini intona l’Internazionale, mentre noi guardiamo scomparire le luci d’Italia.

Dodici ore durò la traversata, orribile. Più volte dovemmo darci il cambio alla pompa per eliminare l’acqua che ogni ondata ci regalava. Oxilia e Dabove, mirabili lupi di mare, si davano il cambio al timone, sapientemente accogliendo le ondate. Al mattino, dopo novanta miglia di navigazione, Capo Corso rimaneva introvabile. Una nuvolaglia bruna impediva la vista:

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