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Come Filippo Turati si risolse all’esilio?

Oh, non di slancio, col giovanile ardore di chi, avendo la vita dinanzi a sé, è sicuro di rivedere un giorno, nell’attimo sublime della liberazione, la patria! Turati, lasciando Milano e l’Italia, intuiva che il viaggio sarebbe stato senza ritorno, presentiva che la Morte lo avrebbe ghermito in esilio come tanti grandi italiani che per troppo amore d’Italia dovettero fuggirne il suolo usurpato.

Un vecchio non si sradica senza profondissime lacerazioni dal suo centro abituale di affetti, di interessi, di vita, dalla vecchia casa dove una stanza vuota richiama senza posa alla mente la compagna dei giorni felici e prepara senza rimpianti all’idea della morte. Quando poi questo vecchio è Filippo Turati, animo delicato di poeta dalla sensibilità raffinata e dolorosa, la lacerazione diviene crollo, terremoto psicologico e morale.

E neppure va taciuta l’indegna congiura che pochi deboli e vili ordirono intorno a lui in quei giorni per dissuaderlo a non lasciare Milano, a preservare il corpo ormai fragile dalle fatiche e emozioni dell’evasione, ma soprattutto a non abbandonarli — come dicevano — alle rappresaglie del dittatore irato. Perché questa congiura rende ancora più bella la virile risoluzione presa nel fuoco dei contrari pareri, sotto il peso degli anni e degli affanni, e getta un bagliore di luce rivelatrice sul suo altissimo senso del dovere e su quella che fu, come bene ha ricordato Adler, la sua virtù cardinale

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