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la benedizione dei vescovi, predicano l’ordine e condannano a pene mostruose Pesenti, Guernandi, Rossi, Bauer, Cianca e quanti (quanti, solo lui, il Duce, lo sa), che da dieci anni vegetano nel nucleo vitale dello stato fascista, la galera.

Non rivoluzionari professionali, ma intellettuali strappati ai libri, agli affetti, a qualche raro compagno. C’erano forse, tra questi compagni, anche degli operai, di quelli che a lavorare a catena imparano a odiare tutte le catene e prima fra tutte quella che fa di un operaio moderno un paria sociale. E certo queste confidenze quanto mai innocenti tra intellettuale e operaio eran segnate sul libro nero della Imperial Regia Questura fascista di Torino, dove l’ideale degli ideali è di far vivere tutta Torino in catena come alla Fiat, senatore Agnelli, Thaon di Revel e altri pochi esclusi.

E ora sentite il processo. Una cosa straordinaria, non unica, ma certo rara nel salone pesante di quel Palazzo di Giustizia che, costruito a forza di scandali e di frodi, la frode, lo scandalo supremo doveva ospitare, il Tribunale Speciale.

Due giorni è durato il processo: 27 e 28 febbraio.

Tutti gli imputati, salvo lo Zanetti, assolto, si sono portati magnificamente, ciascuno assumendo tutte le sue responsabilità, e ciascuno cercando di scaricarne gli altri. Ma erano così poche, piccole, modeste quelle responsabilità, che l’accusa annaspava.

Agli sciagurati in montura che giudicavano appariva strana, incomprensibile la sproporzione tra la piccolez-


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