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SULLA RIDUZIONE IN PESO


DELL’ASSE ROMANO




In una dotta memoria del ch. Prof. Luigi A. Milani, Direttore del Museo etrusco di Firenze, pubblicata nella Rivista Italiana di Numismatica, fasc. I-II, 1891, col titolo Aes rude, signatum e grave, ecc., Ermeneutica e Cronologia, ecc., trovo ricordata, e qualificata come: un castello fabbricato sul preteso rincaro del bronzo, una mia opinione sulla riduzione in peso dell’asse Romano, espressa nell’Annuaire de numismatique, anno 1884: Vetulonia et ses monnaies, e in un opuscolo stampato a Prato: L’usura in Roma nel quarto e quinto secolo av. G. C. Non avendo il Prof. Milani estesa la sua critica al di là di quella anche troppo concisa espressione, e trattandosi di una quistione che interessa, oltre che la storia della moneta, una pagina culminante della storia d’Italia, mi permetto di replicare.

Il fatto è questo. Roma nell’anno 263 av. G. C., bello punico primo, diminuì il peso del suo asse, pondo o libbra di bronzo, unica pecunia di quel tempo, conservando all’asse medesimo impiccolito, il valore