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rende conto degli scavi da lui intrapresi e condotti con esito sorprendente (basti l’accennare alla scoperta, fatta nello scorso anno, del grande ipogèo, simile ai cosidetti tesauri degli Atridi che Schliemann restituì alla luce a Micene), l’autore consacra un capitolo alla numismatica vetuloniense, di cui egli ebbe già a trattare in una lettura all’Istituto Imperiale Archeologico Germanico ed in un esteso articolo pubblicato nell’Annuaire de la Société française de Numismatique.

Com’è noto, l’interpretazione, l’attribuzione e l’ordinamento cronologico delle monete etrusche hanno suscitato molte discussioni; e vediamo, ad esempio, che fra Mommsen, Fabretti, Gamurrini, Deecke, Head, vi è dissidio intorno a varii punti. Alcune fra tali monete, tuttavia, per ciò che riguarda l’attribuzione, non lasciano alcun dubbio sulla zecca da cui sono uscite, poichè recano inscritto o per disteso in modo più o meno abbreviato il nome della città: Velathri (Volterra), Pupluna (Populonia), Tla, Tl (Telamone).

A Vetulonia erano già state attribuite dal Passeri, da Eckhel, dal Lanzi, monete che non le appartenevano; quelle veramente di Vetulonia recano spesso la leggenda Vatl, segnata a caratteri minuti, è vero, ma perfettamente distinti su alcuni dei molti esemplari in bronzo che il Cav. Falchi ha ritrovati e raccolti sul luogo.

Altrettanto non si può dire per le scarse monete d’argento che si rinvennero a Vetulonia; esse non recano l’indicazione della zecca, ma quella soltanto del valore, sono a rovescio liscio come quelle di Populonia; e la ragione principale per cui l’autore le assegna a Vetulonia si è che quivi soltanto furono ritrovate.

S. A.




Il Museo Archeologico e Numismatico di Livorno, illustrato dal Prof. Pio Mantovani. — Livorno, G. Meucci, 1892. — (Un vol. in-4, di pag. XI-140, con 17 tav. lit., delle quali la XIV è di monete livornesi).


L’origine del Museo di Livorno è recentissima; l’inizio delle collezioni che lo compongono si deve alla donazione