Pagina:Rime (Andreini).djvu/234

222

     Al tuo sparir tuffossi in grembo à Theti;
     Nè più sorge à ’ndorar de gli alti Monti
     Le alpestri cime; anzi l’oscura notte
     Con l’ali ombrose ogn’hor la terra ammanta.
     Gli Olmi, le Querce, i Faggi, i Lauri, e i Mirti
     Piangon lor vaghe spoglie à terra sparse;
     Nè più su i rami lor cantan gli Augelli
     Come solean. solo v’alberga, e stride
     La Nottola infelice, e ’l mesto Gufo.
     Stassi ne le sue foci Arno dolente,
     Ed al Tirreno Mar nega l’usato
     Tributo; onde assetate son le rive
     Del bel Tosco terren, c’hor mesto langue;
     Cercan le Ninfe i più deserti alberghi;
     Risuonan de’ Pastor le strida intorno;
     Geme la Terra, ed à le piante nega
     L’humore; ed esse negano le frondi,
     E i frutti à i rami lor; negano i campi
     A noi le biade; e dan loglio, ed ortica
     In quella vece; i fior lasciano l’herbe,
     E lascian l’herbe ignudi i Prati, e i Colli.
     Quante Fere più fiere il bosco alberga
     Di spaventevol suon la Valle, e ’l Monte
     Empion’ alhor, che da furore spinte
     Vanno scorrendo de l’Etruria i campi.
     Lascian le Gregge, lasciano gli Armenti
     Il cibo, il fonte, e la già cara prole.
     Dunque se gli Animai di ragion privi
     S’affligon sì; noi, che ragione habbiamo
     Anco à ragion pianger debbiam colei,
     Che mentre se medesma in pace hà posta
     Hà noi lasciati in guerra. Alma beata,


Che