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gendo mi disse: — Povera creatura, mi ti vogliono levare e mi strappano il cuore, io ti terrei tanto volentieri. — Poi si fe’ promettere ch’io sarei venuto spesso a trovarlo e che in ogni mio bisogno avrei ricorso a lui. E diffatti tutte le volte che ha potuto in qualche modo aiutarmi egli l’ha fatto ed io gli devo tutte le poche gioie che m’ebbi in questi otto anni di purgatorio.

— Ma colui là, il sindaco, vi reclamava forse?

— Non so... se l’ha fatto non è stato certo per tenerezza... e, ne son sicuro, nemmanco di sua volontà. Ricordo perfettamente tutte le circostanze che precedettero e accompagnarono la mia disgrazia: c’è di mezzo un mistero che non ho mai potuto penetrare. Otto anni sono, in aprile, il Vescovo venne a Sulzena ad impartir la cresima e si intrattenne due giorni al Presbiterio. Lo accompagnava un canonico, parente del signor Bazzetta; andò ad alloggiare da costui e la sera stessa dell’arrivo lo condusse qui a parlare con Monsignore. Veggo ancora lo speziale vestito in abito di cerimonia farsi strada in mezzo alla gente che ingombrava la soglia ed entrare tutto superbo del singolare favore. Non so perchè ho sempre sospettato che quel ciarlone sia l’autore dei miei mali. Il mattino seguente di buon’ora fui svegliato da un discorso animato che si teneva sotto il mio bugigattolo, nella stanza del Vescovo, quella stessa che adesso voi occupate. Monsignore faceva ad intervalli non so quali domande, brevi, come quelle di un confessore o di un esaminatore; il curato rispondeva sommesso, — non sentivo che il mormorio confuso delle sue parole, — seguivano delle lunghe pause. Ad un tratto il curato proruppe con maggior vivacità; — «ma io feci a fin di bene» e la voce