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36 SULLA MORTE DI GIUDA

faccia (15-22). Ma i demoni, fatta la notte, calarono l’appeso e lo portarono giú in inferno (23-28). — Congiunta di nuovo l’anima al corpo, su la nera fronte apparve scritta in rosso l’orribile sentenza, che atterrí gli stessi perduti (29-36). Giuda, vergognoso del suo peccato, tentò di graffiarsi via lo scritto; ma divenne piú chiaro, ché parola di Dio non può cancellarsi (37-42). — Intanto uno strepito avvertí della discesa di Gesú all’inferno (43-46). Giuda lo incontrò e lo guatò senza far parola, ma poi ruppe in un dirotto pianto (47-50). Sul nero corpo folgoreggiò la luce divina: ma fra’ due s’interpose Giustizia, e il Nazareno volse il guardo e s’allontanò (51-56). — «Eccovi quattro sonetti sulla morte di Giuda.... Se non vi piaceranno non ve ne manderò piú». Queste parole del Monti all’ab. Franc. Torti (Resn. Ep., p. 69) tolgono ogni dubbio su la questione se l’ultimo di questi sonetti fosse non fosse scritto dal M. Fu certamente; e venne recitato insieme agli altri tre in Arcadia, nel venerdí santo del 1788. Da questi sonetti (gli elementi drammatici che fanno la sostanza dei quali trasse il p. da un episodio che si prolunga per parecchi libri del Messia: cfr. Zumb. p. 8 e segg. e Messia VII, 142, 160 e segg. e IX, 744, 765) ebbero indirettamente origine le famose contese fra il M. e Franc. Gianni (cfr. la nota al v. 126 del c. I della Masch.). Nel maggio 1788 il Monti all’accademia de’ Forti improvvisò un idillio (probabilm. Eloisa alla tomba di Abelardo), che eccitò l’ira del Gianni presente; il quale, vantandosi d’essere il primo degli improvvisatori d’allora per punire quella che a lui sembrò soverchia audacia, venne nel pensiero d’improvvisar subito un sonetto su la morte di Giuda (vedilo in nota), «che vincesse i quattro letti in Arcadia dal segretario dei Braschi». Cfr. Vicchi VI, p. 482. Inde irae. — In quanto al metro, è opportuno recare queste giuste parole dello Zumb. (p. 482): «Per opera del M., ripigliò il sonetto tutte quelle dolci tempre e tutta quella grazia che gli erano proprie, ed ebbe eziandio quella varietà di atteggiamenti e di colori, onde il felicissimo poeta seppe far bella mostra pur nei singoli componimenti di una specie stessa. E due sono, fra molte altre, le precipue forme che qui assume il sonetto. L’una, descrittiva e drammatica, stringe nel suo giro una storia, un ordine di fatti piú o meno maravigliosi; come si vede in quelli su la morte di Giuda... La seconda e migliore specie è quella cui appartengono, fra gli altri, i sonetti di genere intimo».


I


Gittò l’infame prezzo, e disperato1
     L’albero ascese il venditor di Cristo;
     Strinse il laccio, e col corpo abbandonato
     Dall’irto ramo penzolar fu visto.
Cigolava lo spirito serrato

  1. 1. Gittò ecc. Giova confrontare questa narrazione con quella che si legge nell’evangelo di Matteo (XXVII, 3-5): «Allora Giuda, che l’aveva tradito, vedendo come Gesú era stato condannato, mosso da pentimento, riportò i trenta denari ai principi dei sacerdoti e agli anziani: Dicendo: Ho peccato, avendo tradito il sangue innocente. Ma quelli dissero: che importa ciò a noi? Pensaci tu. Ed egli gettate le monete di argento