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la procella 77

eran dai flutti e da funesti venti.
Infine i venti rappaciati e i flutti,
sul far di sera, videro una spiaggia.
A quella spinse il vecchio Eroe la nave,
in un seno tranquillo come un letto.
E domati da sonno e da stanchezza,
dormian sul lido, ove batteva l’onda.
     Ma non dormiva egli, Odisseo, pur vinto
dalla stanchezza. Ché pensava in cuore
d’essere giunto all’isola di Circe:
vedea la casa di pulite pietre,
come in un sogno, e sorgere leoni
lenti, e le rosse bocche allo sbadiglio
aprire, e un poco già scodinzolare;
e risonava il grande atrio del canto
di tessitrice. Ora Odisseo parlava:
     Terpiade Femio, dormi? Odimi: il sogno
dolce e dimenticato ecco io risogno!
Era l’amore; ch’ora mi sommuove,
come procella omai finita, il cuore.
     Diceva; e nella notte alta e serena
dormiva il vento, e vi sorgea la falce,
su macchie e selve, della bianca luna
già presso al fine, e s’effondea l’olezzo
di grandi aperti calici di fiori
non mai veduti. Ed il gran mare ancora
si ricordava, e con le lunghe ondate
bianche di schiuma singhiozzava al lido.