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l’ala 55

Né sempre l’ali noi tra cielo e cielo
battiamo: spesso noi prendiamo il vento:
a mezzo un ringhio acuto, per le froge
larghe prendiamo il vano vento folle,
che ci conduca, e con la forte mano
le briglie io reggo per frenarlo al passo.
Ma un dio ce n’odia, come voi la terra
odia, che voi sostenta sì, ma spezza.
Ch’ha tutto un fine. Or tu fa che un torello
dal re mi venga, ed un agnello e un verro;
che qui ne onori quell’ignoto iddio.
     E l’altro ancora rispondea stupito:
L’ignoto è grande, e grande più, se dio.
Or vieni al re, che raddolcito ha il cuore
oggi, che il grano gli avanzò le corbe.
     Così l’eroe divino in una forra
selvosa il remo suo piantò, la lieve
ala incrostata dalla salsa gromma.
Al dio sdegnato per il suo Ciclope,
egli uccise un torello ed un agnello
e terzo un verro montator di scrofe;
e poi discese, e insieme a lui più lune
vennero, e l’una dopo l’altra ognuna
sé, girando tra roccie aspre, consunse.
L’ultima, piena tremolò sul mare
riscintillante, e su la bianca sabbia,
piccola e nera gli mostrò la nave,
e i suoi compagni, ch’attendean guardando
a monte, muti. Ed ei salpò. Sbalzare
vide ancora le rote auree del Carro
sopra le ghiaie dell’azzurra strada:
rivide il fumo salir su, rivide
Itaca scabra, e la sua grande casa.
     Dove il timone al focolar sospese.