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il gran passo 57

l’ingresso di Ferdinando a Verona nel così detto «anno dell’imperatore» nel 1838.

«Credo conveniente» diss’egli «un tal qual segno di rispetto e di compiacenza.»

L’ingegnere, vedendo quel coso, esclamò ancora: cosa mai, cosa mai?» Ma l’ometto, cerimonioso nell’anima, tenne duro: «il mio dovere, il mio dovere» e chiamò la Marianna che facesse lume. Costei, quando vide il padrone con quello spettacoloso segno di compiacenza in capo, incominciò a far le meraviglie. «La tasa!» sbuffò il disgraziato signor Giacomo. «Tasì!» e appena fuori dell’uscio si sfogò. «No ghe xe ponto de dubio, quela maledetissima servente sarà la me morte.»

«E perché non la manda via?» chiese l’ingegnere.

Il signor Giacomo aveva posto un piede sul primo scalino della viottola che sale a fianco della casa Puttini, quando quest’acuta interrogazione, penetrandogli come un pugnale nella coscienza, lo fermò di botto.

«Eh!» rispose sospirando.

«Ah!» fece l’ingegnere.

«Cossa vorla?» riprese l’altro dopo una breve pausa. «Questo xe quelo.»

Pronunciata in via di epilogo, secondo un vecchio uso veneto, tale disgraziata identità dei due aggettivi indicativi, il signor Giacomo fece le guancie grosse, soffiò con vivacità e si decise a rimettersi in via.