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risotto e tartufi 27

l’umore di Franco se ne risentisse. Proprio allora le fu proposta la Carabelli. La Carabelli non era forse interamente di suo gusto, ma di fronte all’altro pericolo non c’era da esitare. Parlò a Franco. Stavolta Franco non si sdegnò, ascoltò distratto e disse che ci avrebbe pensato. Fu la sola ipocrisia, forse, della sua vita. La marchesa giuocò audacemente una carta grossa, fece venire le Carabelli.

Ora lo vedeva bene, il giuoco era perduto. Don Franco non s’era trovato all’arrivo delle signore e aveva poi fatto una sola apparizione di pochi minuti. I suoi modi, durante quei pochi minuti, erano stati cortesi, ma la sua faccia no; la sua faccia aveva parlato, secondo il solito, talmente chiaro, che la marchesa, affibbiandogli, come subito fece, una indisposizione, non potè ingannar nessuno. Però la vecchia dama non si persuase d’aver giuocato male. Già, dall’età dei primi giudizi in poi, ella si era messa al punto di non riconoscersi mai un solo difetto nè un solo torto, di non ferirsi mai, volontariamente, nel suo nobile e prediletto sè. Ora le piacque di supporre che dopo il suo sermone matrimoniale al nipote, gli fosse pervenuta nel mistero una parolina di miele, di vischio e di veleno. Se il suo disinganno aveva qualche lieve conforto era nel contegno della signorina Carabelli che mal celava la vivacità del proprio risentimento. Ciò non piaceva alla marchesa. Il prefetto della Caravina non aveva torto se non forse un poco nella forma quando diceva sottovoce di lei «l’è on Aüstria p....» Come la vecchia Austria di quel