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244 parte ii - capitolo v

«Moltissimo.»

Luisa gli pose le mani sulle spalle. «Ti rincresce molto» diss’ella fissandolo negli occhi «che io m’irriti come te d’aver questi padroni in casa, che io desideri come te di aiutare anche con le mie mani a cacciarli via o preferiresti che io cercassi di emendare Radetzky e di mitigare i croati?»

«Questa è un’altra cosa!»

«Come un’altra cosa? No, è la stessa cosa!»

«È un’altra cosa!» ripetè Franco; e non seppe dimostrare che fosse un’altra cosa. Gli pareva di aver torto secondo un raziocinio superficiale e di avere ragione secondo una verità profonda che non riusciva ad afferrare. Non parlò più, fu pensieroso tutto quel giorno e si vedeva che cercava la sua risposta. Ci pensò anche la notte, gli parve di averla trovata e chiamò sua moglie che dormiva.

«Luisa?» diss’egli. «Luisa! Quella è un’altra cosa.

«Cosa è stato?» fece Luisa svegliandosi di soprassalto.

Egli aveva pensato che la offesa del dominio straniero non era personale come le offese private e che procedeva dalla violazione d’un principio di giustizia generale; ma nell’atto di spiegar ciò a sua moglie, gli venne in mente che anche nelle offese private aveva sempre luogo la violazione d’un principio di giustizia generale, si figurò di avere sbagliato.

«Niente» diss’egli.