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chio riluceva nel fondo, i mobili erano dorati; nel mezzo, sdraiata sopra una pelle di orso nero, una donna vestita di bianco fumava una sigaretta.

Ella si era passata un braccio sotto la testa e guardava in alto colle spalle rivolte all’uscio. I suoi capelli, neri, diffusi, si discernevano appena sulla pelle della belva; mentre una delle sue pantofole dorate fuori della veste sembrava battere nervosamente la musica di un sogno. In un angolo, sopra un plinto di marmo giallo, un’onda di garofani traboccava da un vaso d’argento.

A un tratto il suo piede si arrestò. Ella arrovesciò il capo, sorrise e con accento tranquillo disse:

— Ti ho sentito.

E lo chiamò con un gesto sulla pelle nera.

— Dimmelo subito, mi ami?

Egli non rispose.

— Rodolfo...

— Mi ami?! — esclamò con più impeto, percotendogli quasi col volto sul volto silenzioso.

Poi lasciando la presa con atto inesprimibile di disperazione e di amore:

— Che m’importa? — gridò. — Ti amo io.

— Mi hai sempre amato — egli rispose con voce quasi dolce mirandola negli occhi, e una luce lontana di stella sembrava brillare in fondo al suo sguardo nero come la notte.

La bellissima donna si confuse.

— Non ti ho sempre conosciuto.

— Quindi non mi riconoscerai sempre.

Ella si era fatta malinconica, egli era rimasto tetro: il gabinetto pieno di luce e di profumi li avvolgeva come in un’onda d’oro. Ella si levò, rimase un istante in piedi a guardarlo così sprofondato in quella meditazione, poi andò a sedersi sopra una poltrona nascondendovi il volto contro lo