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sulla lingua italiana 637

«La tua loquela ti fa manifesto
     Di quella nobil patria natio
     Alla qual forse fui troppo molesto1»


e nella stessa bolgia, per una medesima occasione, si sentì chiamare da «un che intese la parola tosca2;» e una terza volta nel nono cerchio, da un altro, interrogato da lui, gli fu detto:

«Io’ non so chi tu’ se’, nè per che modo
     venuto se’ quaggiù, ma fiorentino
     Mi sembri veramente quand’io t’odo3».


Così non parve, è vero, a un autore il quale mezzo secolo fa, affermò, che «l’Alighieri scrisse il poema con parole illustri tolte a tutti i dialetti d’Italia4.» Ma, per la parte mia, non mi sento d’ammettere che, dal cervello dell’Alighieri sia potuta uscire un’invenzione tanto spropositata, come sarebbe stata quella di far prendere per toscano da tre toscani un linguaggio che fosse stato composto di parole prese da tutti i dialetti d’Italia; e per giunta di far indovinare a quegli uomini, per mezzo del loro sbaglio, la patria dello sconosciuto viaggiatore: a meno che non si dicesse che Dante abbia voluto far intendere che, nel suo viaggio nel mondo di là, parlava toscano, per far più presto, riservandosi di tradurre con comodo, nel poema, il dialogo in parole illustri, prese come sopra. Rimarrebbero poi da sciogliere delle altre difficoltà. Queste due, per esempio: come mai, mentre nel libro De Vulgari Eloquio prescrive che il Volgare Illustre s’adoperi solamente nella Tragedia e nella Canzone, sia andato a pescare in tutti i dialetti d’Italia parole illustri, per comporre un poema a cui dava il titolo di Commedia: genere di componimento per il quale dice doversi prendere ora il Volgare mediocre, e ora l’umile5; e perchè, citando le locuzioni fiorentine: Manicare, Introque, noi non facciamo altro, appunto per provare che il titolo di Volgare illustre non compete a quell’idioma6; abbia poi nello stesso poema7 usate le prime due, e le voci Mamma e Babbo8, che bandisce ugualmente dal Volgare Illustre, come puerili9. In verità, fuorchè dire: — Badate ch’io non ho inteso di scrivere la Divina Commedia nel Volgare Illustre, ma bensì nel mio fiorentino, — non si vede come potesse Dante spiegar chiaramente la sua intenzione.

Oh come si poteva fare a confidenza con noi poveri Italiani nel 1817! Qual Vocabolario poi, e per l’autorità certo non incontrastata, ma senza rivali, ch’ebbe in tutta Italia, e per essere servite come di fondo comune a quelli che furono fatti dopo, continuò in qualche modo e promosse l’opera de’ primi grandi scrittori toscani e d’alcuni loro degni successori, in benefizio dell’unità della lingua; e qualcosa pure ci aggiunse di suo

  1. Dante. Inf. X, 25, etc
  2. Idem. XXIII, 76
  3. Idem XXXIII,10.
  4. Perticari, Degli scrittori del Trecento e de’ loro imitatori. Lib. 1, Cap. VIII.
  5. Per trægediam superiorem stilum induimus, per Comœdiam inferiorem, per Elegiam stilum intelligimus miserorum. Si tragico canenda videntur, tunc adsumendum est Vulgare Illustre, et per consequens Cantionem ligare. Si vero comice, tunc quandoque Mediocre, quandoque Humile Vulgare sumatur.

    De Vulg. Eloq. Lib. II, Cap. IV.

  6. Ibid. Lib. 1, Cap. XIII.
  7. Inf. XXXIII; 60 e XX, 130.
  8. Ibid. XXXII, 9.
  9. De Vulg. Eloq. Lib. II, Cap. VII.