Pagina:Opere varie (Manzoni).djvu/559


appendice al capitolo terzo 553

fosse bisogno, che anche loro intendono a maraviglia cosa voglia dire obbligazione.

Ecco come questa parola è oscura per il comune degli uomini. Ma quando anche si voglia non contar questi per niente, e non considerar altro che gli autori e gli studiosi de’ volumi intieri che trattano dell’obbligazione, se ne potrà forse inferire quella pretesa oscurità? Niente di più. Infatti, le ricerche e le dispute di que’ volumi s’aggirano, o anch’esse sull’applicazione, cioè su alcune applicazioni del principio di obbligazione, o sulla ragione fondamentale di essa; non già sulla sua essenza medesima, la quale è, all’opposto, il dato necessario delle questioni sull’applicazione, come abbiamo già osservato, e non meno di quelle che riguardano la ragione fondamentale. Non si fanno ricerche e dispute sul perchè e sul come l’uomo possa esser moralmente obbligato, se non in quanto s’ha in comune il concetto d’obbligazione morale: è una condizione indispensabile per i dotti, come per gl’ignoranti. Dire che il dubbio o il dissenso intorno a questo perchè, provano che non s’ha dell’obbligazione un concetto abbastanza chiaro, sarebbe quanto il dire che l’uomo non possa conoscer chiaramente, e posseder con certezza, e con legittima certezza, se non le verità delle quali abbia trovata e riconosciuta esplicitamente la ragione fondamentale. Il che implicherebbe una contradizione manifesta; giacchè l’uomo così fatto avrebbe a essere capace d’un’altissima riflessione, e incapace di cognizioni sulle quali poterla esercitare. I libri sull’obbligazione, allegati dal Bentham, non provano l’oscurità di questo concetto, più di quello che i libri i quali trattano della natura e delle cagioni del piacere provino l’oscurità di quest’altro: libri, ne’ quali ci potranno ugualmente essere delle sottigliezze; della metafisica poi ce ne sarà, di sicuro, in tutti. Che se, con un argomento derivato da quella filosofia sulla quale è fondato anche il sistema morale dal Bentham , ci si dicesse che il paragone non quadra, perchè il vocabolo piacere esprime il concetto d’una cosa che si sente, e quindi è chiaro di necessità; risponderemmo che la chiarezza de’ vocaboli non dipende dal significare oggetti d’una specie più che d’un’altra, ma dal significar degli oggetti, cioè degl’intelligibili di loro natura. E il Bentham, adoprando, in uno de’ passi citati dianzi, il vocabolo principio (per non citarne che uno il quale non può dar luogo a controversia), confidava di certo, e con tutta la ragione, che sarebbe inteso; quantunque un principio non sia una cosa che si possa sentire più d’una obbligazione.

Non possiamo qui lasciar di fare qualche osservazione anche sull’origine attribuita dal Bentham al concetto d’obbligazione morale, con quella proposizione già citata: «Da questo arrogarsi un’autorità è nata la parola obbligazione, dal verbo latino obligo.» E perchè questa proposizione s’intenda meglio, gioverà citare anche un passo che la precede quasi immediatamente, e al quale essa si riferisce.

«Per disgrazia gli uomini si mettono a discutere delle questioni molto importanti, già determinati a scioglierle in un dato senso. Hanno, per dir così, preso l’impegno con sè stessi di trovar che certi fatti saranno giusti, e cert’altri ingiusti. Ma il principio dell’utilità non permette questo sentenziar perentorio, e richiede che, prima di chiamar riprovevoli de’ fatti, si dimostri che tornino a scapito della felicità degli uomini. Una tale ricerca non fa per l’istruttore dommatico; quindi egli non vorrà aver che fare col principio dell’utilità. N’avrà in vece un altro adattato ai fatti suoi. Dirà con un’asseveranza che basti: Io pronunzio che queste cose non sono giuste; ergo non sono giuste1».

  1. Ibid.