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appendice al capitolo terzo 545

tempo di ritrovarle, e non potrebbero esser perdute di vista dall’umanità, se non quando fossero da essa dimenticati gli oggetti medesimi. Finchè i concetti di giustizia e d’utilità vivranno nelle menti degli uomini, il concetto della loro finale e necessaria concordia rimarrà, in mezzo a delle dimenticanze parziali, e a delle negazioni incostanti, perpetuo e prevalente nel senso comune.

E è di qui, che il sistema cava tutta la sua forza apparente; come, del resto, ogni errore dalla verità che altera. Appoggiati a questo sentimento universale, i partigiani del sistema dicono a’ suoi oppositori: Alle corte; o questa parola «giustizia,» che vi preme tanto, e levata la quale, vi pare che scomparisca ogni idea di moralità, significa qualcosa di definitivamente e necessariamente utile; e allora perchè l’opponete all’utilità, proposta da noi per il vero criterio della morale? O credete che significhi qualcosa che possa in ultimo riuscire dannosa, e è per questo, che volete separarla dall’utilità; allora siete voi che levate di mezzo davvero la moralità, mettendola in contradizione con la natura umana; perchè, se c’è una certezza al mondo, è questa, che l’uomo non può volere il suo proprio danno.

Ma la risposta è facile. Che la giustizia sia utile o, in altri termini, che la giustizia dell’azioni sia causa d’utilità ai loro autori, eccome lo crediamo! Ma appunto per questo, appunto perchè non possiamo credere che la cosa e la sua qualità, che la causa e l’effetto, siano quel medesimo, non possiamo credere che la giustizia e l’utilità siano quel medesimo. E opponiamo la giustizia all’utilità, non come due cose inconciliabili: neppur per idea l’opponiamo come la norma vera e razionale in questo caso, a una fuor di proposito. Non già che questa sia falsa in sè; che anzi è la vera e razionale norma della prudenza, la quale si contenta, e deve contentarsi d’una mera probabilità. Ma è una norma falsissima quando s’applichi alla moralità, la quale rimane una parola vota di senso, se non ha un criterio di certezza. Voi, supponendo affatto arbitrariamente, e solo perchè il vostro sistema n’ha bisogno, che, per giustizia non si possa intendere che, o l’utilità, o qualcosa di contrario ad essa, c’intimate di scegliere tra codesta supposta identità, e codesta supposta opposizione. Ma noi passiamo in mezzo al vostro dilemma, col dire: nè l’uno, nè l’altro; anzi il contrario o dell’uno e dell’altro, cioè distinzione e concordia. Distinzione, perchè sono due nozioni; concordia, perchè sono nozioni aventi tra di loro una relazione necessaria.

Ma a che parlare della cognizione d’una tal verità, quale gli uomini potevano averla dalla sola ragione? La concordia finale dell’utile col giusto, alla quale credevano in astratto, senza poterne vedere il modo, e come costretti solamente dalla forza di quell’essenze medesima; questa concordia è stata, spiegata dalla rivelazione, la quale ha insegnato il come, per mezzo della vera giustizia, si possa arrivare alla perfetta felicità. E l’ha insegnato, non a qualche scola di filosofi, ma ai popoli interi; ha messa, in una uova maniera, questa verità nel senso comune; cioè in quella maniera unicamente sua, di render comunissime le cognizioni, rendendole elevatissime. Sicchè il sistema, formato (o riformato, che qui è tutt’uno) nella mirabile luce1 del cristianesimo, ha trovata quella verità, non più sparsa e vagante, e come involuta, nel senso comune, ma espressa e ferma nell’insegnamento e, dirò così, nel senso comune cristiano. E, per appropriarsela, l’ha mutilata, staccandola dalla sua condizione essenziale. Ha levata dal conto la cifra della vita futura; e il conto non torna più, o, per dir meglio, non c’è più il verso di raccoglierlo.

  1. Qui de tenebris vos vocavit in admirabile lumen suum. Petr. 1, Epist. II, L, 9.