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capitolo nono 485

delle conseguenze viziose da una dottrina santa e vera, voi volete darne loro una arbitraria? Come! le loro inclinazioni non si sono raddrizzate con la regola infallibile; a quale pervertimento non arriveranno con una regola falsa?

Ma supponiamo che quest’uomo non dia retta alla Chiesa, e che, passando sopra una tale difficoltà, argomenti in questa maniera.

«È stato insegnato ai cattolici, che il peccatore può, fin che vive, convertirsi e esser giustificato. È vero che s’è anche sempre detto loro, «che il rimetter la conversione alla morte è una doppia temerità, una enorme insensatezza. Ma malgrado ciò, non ci fu peccatore così accecato dalle passioni, che non proponesse di consacrare, prima di morire, qualche giorno alla cura della sua salvezza; e con questa fiducia scioglieva il freno alle sue inclinazioni sregolate. Ci vuol dunque un rimedio, e non un palliativo; bisogna estirpare la radice del male, cioè una dottrina necessariamente male interpretata, una dottrina che, data la natura dell’uomo, opera certamente un effetto così malefico. In queste cose non si può stare senza una dottrina qualunque; una dottrina media non ci sarebbe su che fondarla. Dunque è necessario stabilire e promulgare la dottrina opposta, cioè: non è vero che l’uomo possa convertirsi a Dio; giacchè, se s’ammette la possibilità, essa si applica da sè e necessariamente a tutti i momenti della vita, e, per conseguenza, anche agli ultimi.

«È stato ugualmente insegnato ai cattolici, che l’uomo è giudicato nello stato in cui si trova all’uscire di questa vita. È vero che s’è anche detto che la morte è ordinariamente la conseguenza della vita; che una bona morte è un tal dono, che la vita tutta intera deve essere impiegata a implorarla e a meritarla; che non solo non è promessa agli empi, ma sono minacciati di morire in peccato; che il mezzo d’avere una giusta speranza di ben morire, è di ben vivere, e altri simili correttivi: ma con tutto ciò, s’è presa l’abitudine di considerar solamente la morte del peccatore, e non la vita; e quest’abitudine divenne universale. S’insegni dunque che l’uomo non sarà giudicato nello stato in cui si troverà all’uscire di questa vita.»

Ci s’insegni questa dottrina, e si dica quali ne saranno le conseguenze applicabili alla condotta morale. L’uomo non può convertirsi a Dio; dunque al peccatore non rimane che la disperazione: stato incompatibile con ogni sentimento pio, umano, dignitoso; stato orribile, in cui l’uomo, se potesse durarci e esser tranquillo, non potrebbe farsi altra regola, che di procurarsi il più di piaceri finchè può, a qualunque costo. L’uomo non può convertirsi a Dio; dunque non più pentimento, non più mutazione di vita, non più preghiera, nè speranza, nè redenzione, nè Vangelo; dunque il dire a un peccatore di diventar virtuoso per motivi soprannaturali, sarebbe fargli una proposta assurda. L’uomo non è giudicato nello stato in cui si trova all’uscire di questa vita; dunque non c’è stato di giustizia nè d’ingiustizia; poichè, cosa sarebbe una giustizia che non rimettesse l’uomo nell’amicizia di Dio? e cosa sarebbe un’amicizia di Dio che lasciasse l’uomo nella pena eterna? Dunque non sarà vero che ci siano premi e pene per l’azioni di questa vita, non essendoci in questa vita uno stato in cui l’uomo possa esser degno nè degli uni nè dell’altre; dunque non ci sarà una ragione certa e preponderante d’operar bene in tutti i momenti della vita.

Ma, tra l’opinioni, tante pur troppo, e diverse e strane, che il senso privato ha potuto produrre, e ha tentato di sostituire alla dottrina della Chiesa, non credo che una simile sia mai stata messa in campo. Non se n’è qui, fatto cenno, se non per mostrare che a quella dottrina non se ne può opporre che o una assurda, o nessuna.