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sulla lingua italiana 413

del fatto, d’esserci arrivati; ma di scegliere una di queste lingue, e accordarsi tutti gl’Italiani che non la possedono per benefizio di nascita, a impararla, per servirsene in comune. Dopo di ciò, diventerebbe cosa ragionevole il riservare a lei sola il nome di lingua, non per riguardo all’essenza, che, ripeto, è uguale in tutte; ma per quella sua particolarità importantissima d’essere la sola adottata da tutti gl’Italiani. E all’altre converrebbe di riservare il nome di dialetti, che acquisterebbe un senso preciso e vero, perchè si direbbe in opposizione, non a una lingua supposta, ma a una vera e reale, lingua niente più di loro, particolare anch’essa a un brano d’Italia, ma destinata a divenir generale; mentre esse sarebbero destinate a rimaner particolari, anzi a essere abolite da quella. Ultimo termine, al quale, anche con l’aiuto delle circostanze più favorevoli, s’arriva difficilmente e tardi; ma termine d’una strada nella quale ogni passo è un guadagno: è non solo accostarsi all’intera unità di linguaggio, ma averla acquistata in parte.

« Ridotta la questione a questo punto, o piuttosto rimessa così la questione nel suo vero punto, non rimarrebbe più altro che di vedere se gl’Italiani abbiano o non abbiano preso quell’unico partito; se tra le lingue d’Italia, ce ne sia una adottata da loro per essere la loro lingua comune, e quale sia. E potrei dire che s’è già veduto; poiché cos’altro vuol dire, cos’altro può dire il fatto accennato dianzi?

« Ma non devo dimenticarmi che qui si tratta, non solo di vedere se la cosa sia, ma se sia ammessa implicitamente anche da voi altri. Ora, anche voi altri avete detto che questa lingua c’è, e avete detto qual è, col non trovare strano che un Italiano premuroso di promovere e, in parte, d’iniziare l’unità del linguaggio in Italia, vada a Firenze, e non altrove, a prender vocaboli. So bene, e l’ho riconosciuto fino dal principio, che non intendete d’aver detto tanto. Volete solamente che, da Firenze, a preferenza dell’altre città d’Italia, si deva prender qualcosa: un qualcosa, del resto, indefinito e indefinibile, perchè repugna che da una teoria contradittoria si possano dedurre norme chiare e precise; repugna che s’arrivi a determinar logicamente cosa possa esser necessario di prendere da una parte d’Italia, per formare una lingua che si dice esistere già bell’e formata in tutta Italia. Non intendete punto di concedere che il dialetto, come dite, di Firenze deva esser la lingua degl’Italiani: intendete solamente d’attribuirgli una non so quale superiorità, di riconoscerlo come il primo tra i dialetti italiani. Ma, non avete badato a una cosa: che, quando si tratta di sostituire l’unità alla moltiplicità, se uno dice: questo sia il primo, la logica aggiunge: e l’ultimo. Vediamolo all’atto pratico, quantunque sia una di quelle cose che non hanno bisogno d’essere confermate dall’esperimento. Abbiamo, per esempio, in Italia, trenta vocaboli per significare una sola cosa conosciuta e nominata abitualmente in tutta l’Italia; e un vocabolo comune di fatto non c’è. Seguendo il vostro consiglio, o profittando del vostro permesso, ricorro prima a Firenze, e prendo il vocabolo di quella lingua. Ma fatto questo, m’avvedo subito, che non c’è più altro da fare. L’intento è ottenuto: il di più non potrebbe se non guastare. Si voleva un vocabolo; s’è trovato: si voleva uscir de’ molti, e arrivare all’uno, ci s’è arrivati. Nominato il papa, finito il conclave. Non vi domando se, in codesta gerarchia, ci sia il secondo, il terzo, o quanti altri; o se al di sotto del primo tutti gli altri siano pari. Sareste impicciati ugualmente a rispondere e l’uno e l’altro, e soprattutto a dar ragione della risposta; ma non c’è bisogno di pensare a ciò. È bastato il primo, perchè la cosa ne richiedeva solamente uno; e non resta altro da fare, che levargli quel titolo di primo, che la cosa rifiuta. »

Ma qui mi fermano di novo, e mi dicono: Adagio. Sia pur così, per i