Pagina:Opere varie (Manzoni).djvu/228

214 il conte di carmagnola

Esserlo io vo’ per sempre; e questo brando
Io consacro per sempre alla difesa
E alla grandezza sua.

marco.


                                        Dolce disegno!
Non soffra il ciel che la fortuna il rompa....
O tu medesmo.

il conte.


                              Io? come?

marco.


                                                  Al par di tutti
I generosi, che giovando altrui
Nocquer sempre a sè stessi, e superate
Tutte le vie delle più dure imprese,
Caddero a un passo poi, che facilmente
L’ultimo de’ mortali avria varcato.
Credi ad un uom che t’ama: i più de’ nostri
Ti sono amici; ma non tutti il sono.
Di più non dico, nè mi lice; e forse
Troppo già dissi. Ma la mia parola
Nel fido orecchio dell’amico stia,
Come nel tempio del mio cor, rinchiusa.

il conte.


Forse io l’ignoro? E forse ad uno ad uno
Non so quai sono i miei nemici?

marco.


                                                            E sai
Chi te gli ha fatti? In pria l’esser tu tanto
Maggior di loro, indi lo sprezzo aperto
Che tu ne festi in ogni incontro. Alcuno
Non ti nocque finor; ma chi non puote
Nocer col tempo? Tu non pensi ad essi,
Se non allor che in tuo cammin li trovi;
Ma pensan essi a te, più che non credi.
Spregia il grande, ed obblia; ma il vil si gode
Nell’odio. Or tu non irritarlo: cerca
Di spegnerlo; tu il puoi forse. Consiglio
Di vili arti ch’io stesso a sdegno avrei,
Io non ti do, nè tal da me l’aspetti.
Ma tra la noncuranza e la servile
Cautela avvi una via; v’ha una prudenza
Anche pei cor più nobili e più schivi;
V’ha un’arte d’acquistar l’alme volgari,
Senza discender fino ad esse: e questa
Nel senno tuo, quando tu vuoi, la trovi.