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appendice al capitolo quarto 181

cioè: ripartirono tra i Longobardi de’ ricoveri per il popolo aggravato 1

Abbiamo mantenuta la promessa fatta fin da principio, che la nostra interpretazione non manderebbe avanti neppure un passo la gran questione dello stato degl’Italiani sotto i Longobardi. Se però fossimo riusciti a levar di mezzo una pietra d’inciampo, e a prevenire altre ricerche, ci potrà esser perdonato d’avere spese tante parole intorno a un così minuto argomento. A ogni modo, questa questione così importante per la storia patria è stata trattata da scrittori delle diverse parti d’Italia, non so se con maggior discordia di pareri, o con maggior benevolenza degli animi, dimanierachè il discutere è stato quasi uno studiare insieme; e per questa parte almeno, abbiamo fiducia di non aver guastato.


  1. Questa intenzione ci pare espressa ancora piú apertamente nella lezione del codice di Bamberga, pubblicata dal signor Bianchi‑Giovini (Rivista Europea, novembre e dicembre 1845), con un’interpretazione, ingegnosa nel sistema da lui adottato intorno alle relazioni tra gl’Italiani e i Longobardi. La lezione è questa: Cum autem populi graverentur, Langobardi, hospites advenientes inter se dividebant. Qui i divisi sono esplicitamente gli hospites; e che per questo vocabolo l’autore, qualunque sia, di questa lezione abbia inteso persone bisognose di ricovero, l’indica chiaramente l’aggiunto advenientes, fratello carnale d’un altro che fu usato nel medio evo, appunto per circoscrivere a un tal significato quel nome che n’aveva diversi. In due capitolari di Carlo il Calvo si legge: Ut missi nostri, per civitates et singula monasteria, hospitalitatem supervenientium hospitum, et receptionem pauperum, disponant et ordinent (Baluz. T. II, p. 53 e 203). La stessa formola si trova in una relazione delle consuetudini d’un monastero: Ommes hospites supervenientes cum lectione divina suscipiunt (Ibid. p. 1382). E la voce advenans, usata ellitticamente in forma di sostantivo, come si vede nella frase citata dal Ducange (ad h. v.): Tria receptacula peregrinorum et advenantium construxit, pare piuttosto una corruzione di adveniens, che un derivato di advena. L’associazione così naturale di adveniens, con hospes, si può sospettare che fosse già d’un uso molto antico, poichè si trova, e ripetutamente, in Vitruvio. Praeterea dextra ac sinistra domunculae constituuntur habentes proprias ianuas, triclinia et cubicula commoda, uti ospites advenientes non in peristylia, sed in ea hospitalia recipiantur. Nam cum fuerint Graeci delicatiores et fortuna opulentiores, hospitibus advenientibus instruebant triclinia, cubicula, ecc. (De Architect. Lib. VI, Cap. 7, ex recens. J. G. Schneider, vulgo 10).
    Non. dobbiamo però farci belli d’esserci incontrati con quell’autore nell’interpretazione del secondo passo, senza avvertire che il primo fu da lui inteso in una maniera diversa dalla nostra, e come dalla più parte degl’interpreti moderni. Reliqui, dice, qui remanserant, partiti sunt, per Langobardos, ut annualiter eis censum darent tertiam partem, de vectualio quot habebant. Ma non crediamo che quest’autorità basti per annientare gli argomenti adottati da noi contro una tale interpretazione. La congettura riferita nel giornale suddetto, che «gli esemplari stampati siano un lavoro posteriore di Paolo Diacono, che rifece, interpolò, amplificò abbellì i concetti del suo libro,» e che il codice di Bamberga contenga una sua prima dettatura, non ci pare che abbia quei caratteri d’evidenza che, in mancanza di prove positive, si richiederebbero per una cosa tanto straordinaria. «La prima idea,» giacchè abbiamo la fortuna di poter esprimere il nostro sentimento con parole altrui, e autorevoli «la prima idea la quale spontanea si presenta all’animo è: che il Codice di Bamberga contenga invece un raffazzonamento posteriore della Storia di Paolo.» (Capei, Nota aggiunta al Discorso citato). Infatti, anche al solo confronto de’ due capitoli citati per saggio, le differenze tra i due testi sono tali e di tal genere, da non lasciar credere così facilmente che questi possano venire da una stessa mano. Prima di tutto, in quanto alla dettatura, le differenze non sono meramente di stile, «negli esemplari a stampa, fiorito ornato ed ammanierato; nel codice di cui si parla, semplice e sommamente naturale.» Sono differenze di lingua: non è un uomo che usa in due diverse maniere il latino che sa; sono due, che hanno una molto diversa cognizione del latino. Non s’intende, per esempio, come mai l’uomo ch’era in caso di scrivere nella supposta seconda maniera (o lasciamo da una parte ch’era l’abbreviatore di Festo), come mai avrebbe potuto scrivere la prima volta: nullus alieni faciebat violentia, nulla fraus ibi erat, necne aliquem injuste angariabat. La semplicità del linguaggio consiste nell’adoprare i termini propri; la naturalezza viene dal secondare le proprio abitudini: qui in vece è ignoranza de’ termini e mancanza d’abitudine. E non si dica che Paolo, scrivendo in una lingua straniera, fors’anche morta (poichè chi può conoscere il momento della nascita e della morte delle lingue?) poteva, quando non ci mettesse studio, ricadere nell’abitudmi della lingua o delle lingue, Dio sa quali, che parlava. Mettendo pure il violentia in vece di violentiam a carico dell’amanuense, e lasciando da parte l’alieni, messo per