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Parte prima, libro III 135


Ma ruggo indarno, ed alla morte innalzo,
               Siccome a Dio, le braccia:
D’uno ad altro dolor ferito io balzo,
               E asconde essa la faccia.

Perchè all’uom questo cielo e questa intensa
               Luce negli occhi infermi,
Se i suoi pensieri in cupa notte immensa
               Strisciano come vermi?

Perchè, s’esser dovea misero tanto,
               M’han sogghignando ordita,
Come rete ad augel mentr’alza il canto,
               La fraude della vita?

O perchè non perii dentro al materno
               Grembo? Perchè la morte
Non mi fiaccò, prima che il gioco alterno
               Della ferrigna sorte

Provassi? Ora tranquillo poserei
               Del freddo sonno in braccio,
Come ululando sopra i giorni miei
               Nella sventura io giaccio;