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ree, di arrampicarsi su pei rilievi d’una torre, rischiando la vita, a una tremenda altezza, sopra i grandi alberi d’un giardino illuminato dalla luna; e infine di giungere spossato e insanguinato sopra un balcone, e là sentir da una voce sovrumana parole d’una pietà profonda, e rispondere con altre parole d’una tenerezza immensa, scoppiare in pianto, invocar Dio, curvar la fronte sul marmo, coprir di baci disperati un piede scintillante di gemme, abbandonar il viso nei rasi profumati, e sentirsi fuggir la ragione e la vita in un amplesso più forte della natura umana.

In quel palazzo, chiamato il Palazzo del Bosco, v’è, fra le altre cose considerevoli, una sala ettagona coperta dal pavimento alla vòlta di pitture dei più celebri artisti della scuola del Rubens, fra le quali uno smisurato quadro allegorico del Jordaens che rappresenta l’apoteosi di Federico-Enrico; una sala piena di preziosi regali dell’imperatore del Giappone, del vicerè d’Egitto e della Compagnia delle Indie; e un’altra elegante saletta decorata di pitture a chiaroscuro che si scambiano, anche considerate attentamente, per bassorilievi: opera di Jacob De Witt, pittore che acquistò in quell’arte corbellatrice una grande rinomanza sul principio del secolo scorso. Le altre son sale piccine, belle, ma senza fasto, e piene di tesori che non dan nell’occhio, come si convengono alla grande e modesta casa d’Orange.