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novella xvii. 261

Passò in tal guisa un anno, a capo del quale il Califfo lo fece venire a sè. Erano stati riposti sopra una tavola d’oro, gioje e drappi preziosi di seta; e dall’un lato di essa tavola vedeansi fruste, e di tutti gli altri strumenti atti a dare tormenti.

Avesti quanto tempo ti abbisognava, disse Mutevekul al medico, per considerarla bene; nè posso io credere che tu sia tanto nemico di te medesimo, che tu voglia far più lunga resistenza al mio volere. Fa tu però a modo tuo: o tu eleggi queste ricchezze che ti vedi qui davanti, o la tua fine tra i supplizi terribili che quivi vedi apparecchiati. Io vi feci già intendere, rispose Honen con intrepido cuore, che io non conosceva altre medicine, fuorchè quelle che prolungano la vita degli uomini, e che quelle che l’accorciano, non le conosco. Sia qual volete voi la mia sorte, sono pronto assoggettarmi a quella.

Il Califfo spogliatosi di quella finta severità che gli appariva nella faccia, gli disse: Non temere; vi fu chi mi fece sospettare della tua fedeltà; era necessaria tal prova per isgombrare i sospetti; abbiti tutta la mia fiducia di nuovo; ma voglio che tu mi dica quali ragioni t’indussero a disubbidirmi.

Signore, rispose Honen, a fatica e con dispiacere potei fare resistenza ai voleri del maggior principe della terra; ma a ciò mi hanno obbligato la mia religione e la professione che io fo. La religione cristiana, la quale comanda che si faccia del bene anche a’ nemici, molto più comanda a ragione che non si faccia male a chi non lo ha fatto a noi; e la medicina, quella divina scienza che inventata venne per conservazione degli uomini, non dee servire alla distruzione di quelli. I medici, prima di esercitare quest’arte cotanto sublime, si obbligano con solenne giuramento a non mai somministrare rimedj che nuocano. Belle e gravissime leggi sono queste, disse il Califfo, e certamente mi parrà sempre degna di ammirazione una religione ed una professione che fondate sono in leggi di tal sorta.