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indietro. Ma il Sirtori, che a cavallo soprastava alla turba, fattosi innanzi, ed alzata contro i bravi la mano ignuda in segno di pace, — Quieti (diceva), quieti. Non fate male ad alcuno, e, parola di gentiluomo, neppure a voi non vi sarà fatto male. Potrete andare dove vi piace; vi pagherò i salarj scaduti: ma deh! lasciatemi entrare costà. Il fu vostro padrone, guardate, morendo mi diede questa chiave, e m’ingiunse che io stesso aprissi il gabinetto dietro la sua camera e che colà sta rinchiusa mia madre, la contessa Perego. Forse voi altri ne sapete Deh! vogliate al più presto lasciarmi vederla, salvarla. Non chiedo altro: non vi chiamerete certo scontenti di me».

Queste e simili parole diceva egli in aspetto di tanta compassione, che a molti circostanti s’imbambolavano gli occhi. Il guardacaccia, partecipe dei delitti del padrone, si ricordava benissimo come, anni fa nel bosco avesse rapita quella signora: sapeva d’averla portata in castello: ma quivi era scomparsa, nè quel che ne fosse avvenuto lo sapeva egli, nè l’aveva cercato, non essendo questo affar suo: la credeva anzi da un pezzo morta e sepolta. — Ma se (pensava egli), se la è viva tuttora, ed il padrone la conservò tanto tempo per finezza di vendetta, possibile ch’egli sia stato debole a segno da sventare in un sol punto l’opera di tanti anni?» Dal quale ragionamento venne a indurre che, questa fosse un’astuzia del signor Sirtori, o veramente il moribondo avesse affidata a questo la chiave perchè sotto a quella stesse chiuso il tesoro, che la popolare credenza supponeva essere riposto in ogni castello.