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e di annona. Ma tutto ciò che poteva giovare alla di lui patria, diveniva tosto l’oggetto del suo più fervido interessamento. Questo carattere non gli permise di rimanere indifferente nell’universal gara de’ saggi, onde ottenere che fossero proscritte dalla procedura criminale le atrocità che la deturpavano. L’abolizione della tortura formava allora il voto di tutti i filosofi. Fin dal 1764 Verri avea abbozzato alcune idee su quell’orribile abuso1; le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza de’ ragionamenti, scelse un famoso esempio di un delitto impossibile confessato per l’eccesso de’ tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche, cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L’ordine, la chiarezza, la forza de’ raziocinj, e l’insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelle

  1. Ne esiste pure un cenno in uno di que’ celebri almanacchi (Il mal di milza) che per una filosofica celia avea in quell’anno appunto pubblicali. Egli, sotto la forma di un indovinello, vi fa così parlare la tortura: “Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me; il mio impero è nato ne’ tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati„. Si poteva forse esprimersi con maggior precisione in così brevi termini?