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Quella gentil cui tanto ha vagheggiato
Nella gioia e nel pianto, e bella sempre;
Quella che, quando il duolo era più forte,
Quand’ei, pur suo malgrado, a lei diceva
580L’estremo vale a guerreggiar partendo,
In quell’ora amarissima si stette
Tutta nell’ombra del dolor racchiusa,
Come il notturno fior quando lo cinge
Oscuritate e gli diffonde intorno,
585Quasi incenso benigno, i suoi sospiri.
     «Alza il guardo, o Zelica; un sol momento
A me que’ tuoi leggiadri occhi solleva
Ond’io possa mirar che la tua vita,
La tua bellezza non è tutta estinta,
590Ma che almen ne’ tuoi lumi ancor rifulge
Come rifulse ognor! Deh! ti riscuoti;
Azimo tuo rimira; un guardo solo,
Un sol di quegli sguardi onde beato
Mi festi un tempo, e a qual si sia ventura,
595Che quì t’ebbe condotta, io benedico.
Quì — su queste palpèbre — esse si movono;
Il mio bacio l’ha scossa al par del primo
Soffio di vita che le corse al core,
E mia la tengo fra perenni amplessi,
600Novellamente mia! — Gioia suprema!