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alla Voltaire. La stanza, a carte bianche strisciate di azzurro, riccamente e con isquisito gusto fornita di mobili, ricreava dolcemente i sensi co’ suoi colori e co’ suoi profumi, sì che detta l’avresti un tempietto consacrato a qualche deità. La tavoletta di diaspro orientale, con specchio ovale movibile, sorretto da due genietti di argento, era situata nel mezzo, quasi altare di quel tempio. Quattro enormi vasi del Giappone, pieni di camelie e di altri fiori, eran posti a’ quattro angoli di quello spogliatoio. Un sola di raso rosso a molle elastiche, alquante poltroncine dello stesso colore, ed un deschetto di legno dorato, su cui splendeva una coppa d’oro di abilissimo artista, compivano l’addobbo di quella gentil cameretta.

La fanciulla era avvolta in larga veste bianca; le braccia e l’altezza del petto interamente nudi pareano lavoro finissimo di alabastro.

Rionero si sentiva sotto la potenza di un fascino; rimase qualche momento in silenzio, all’impiedi; con lunghissimo sguardo la contemplava. Mai in sua vita ammirato non avea cotanta bellezza che avea pressochè dell’ideale; ond’ei beveva a grandi sorsi il dolce veleno che attossicando già gli andava l’esistenza.

Albina fu la prima a cominciar la conversazione.

— Signor marchese, vi confesso che non mi aspettava affatto di avere il piacere di rivedervi così presto... Vogliate sedervi... Sono dolente