Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/47


canto secondo

Che tutte dopo a lui volgersi al cielo,
Per cercarlo, vid’io l’anime umane,
E su la terra derelitta e mesta,
Come in carcere vil, gemer la vita;
370No, vittoria non è, gridai dall’imo
Petto, e furente mi scagliai per quanta
Terra il ciel vede, e il mar sonante abbraccia;
No, vittoria non è questa, che il tempo,
L’opra, il pensier, l’uomo e la vita uccide;
375Amor questo non è, ch’entro una fatua
Luce di ciel nuota oziando, e il tergo
Cheto soppone a qual che sia flagello!
Braccio e pensier, moto e conflitto è amore;
Campo d’opre comuni e di travagli,
380Non èremo la terra; uom che nel pianto
Vive, e da Dio gioie o tormenti aspetta,
Schiavo non pur, ma inutil cosa il chiamo!
Tremâr le infeminite anime al grido
Del mio potere; e Dio, fatto più forte
385Dall’umano terror, me per la mano
Del suo fido Michel di ceppi avvinse,
E percosso e ferito indi in più cupo
Baratro m’inchiodò; stolto, e si tenne
Securamente vincitor. Dai ceppi,
390Dagli abissi io balzai, giovine eterno,
E mutando me stesso in mille guise
Ebbi regno nel mondo. Una venale
Turba di sacerdoti, a cui nel nome
Abusato del Cristo agevol cosa
395Era il far degli altari empio mercato,
Me d’ogni colpa allor, me d’ogni affanno
Degli uomini imputò; strani sembianti
Mi foggiâr le nemiche anime, e avverso
D’ogni umana salute e d’ogni amore
400Il mio nome suonò; ma in faccia a questo



— 43 —