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canto undecimo

Prole di Berengario, a cui fu grato
Di saggio culto e di pietose offerte
L’alma allegrar de l’esule divino.
200Santo allor fu il suo scettro; ara divenne
L’alpe ospitale, e sovra il picciol trono
D’Ausonia il core e l’avvenir si assise.
Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!
Ben che d’eccelsa e non ignobil fonte
205A te corrono i fiumi; a te dan vasto
Tributo di sonanti acque; a te, padre
Di feconde pianure, ove nei cheti
Argini la natía possa governi;
Padre d’alte rovine, allor che in ira
210Terribilmente imperversando abbondi
Fuor degli ardui ripari, e fosco, immenso
Possiedi i campi, e sugli abissi imperi
Pari a te da la doppia alpe ne venne
Di Libertà l’almo sorriso: al grido,
215Che le pedemontane aure percosse,
Tutti echeggiâr gl’itali petti, e ad una
Sorsero a sgominar le schiere ostili.
Pari ai tuoi flutti è Libertà: feconda
D’anime educatrice, ove al governo
220Sieda la Legge, e ne rattempri il corso;
Torbida madre di rovine, quando
Oltre ai segni prorompe, e gl’inconcussi
Campi del Dritto pazzamente invade. —

    Così dicendo il Pellegrin, la terra
225Bellicosa lasciava; e la commossa
Alma schiudendo alla serena luce,
Che dall’italo ciel l’Arte diffonde,
S’avvíava colà dove tra’ fiori
Gareggian di beltà le Grazie etrusche.

    230Ben avverso a le Grazie e al Bello in ira
Vive, Italia, colui che su l’ingorde



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