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canto decimo

Vaporano gli altari; incatenato
480Ai carri suoi geme il Pensier. L’aspetto
Di lui tu prendi, e nome e gloria e regno
Di pontefice avrai! —
                           Commiserando
Scotea l’eroe la testa, e in cotal guisa
Con voci amare rispondea:
                                      — Nemico
485Che scenda a patti è mezzo vinto; e a patti
Non sol tu scendi, e vinto sei, ma involto
In una cieca illusíon mi desti
Ira insieme e pietà. Quella gagliarda
Possa d’uom, che tu vanti, io già la vidi
490Regnar nel mondo: le facean sgabello
Le cervici dei re, luce la fiamma
D’umane ostie pasciuta; or su la terra
La cerco invan. So che una turpe e vòta
Larva, inutile ingombro, occupa i templi
495Di Vatican: stupida larva, il cui
Frollo capo cadente invan protegge
Co’l sozzo manto il precettor Lojola;
Ma in lei, me’l credi, è da gran tempo estinto
Il pontefice e il re!
                              — V’è tal, che avviva
500Anche la morte, Iddio gridò: tu puoi
Resuscitarlo. Torneranno i tempi
Di Gregorio e di Sisto!
                                     — Ai tuoi soggetti,
Se alcun pur n’hai, serba tal gloria: io sono
La libertà. Se udir non vuoi la voce
505Del mio dispregio, a me parla siccome
Si conviene ad un Dio: fulmina! —
                                             Un grido
Mise il Nume a tal dir; nell’ampio manto
Fremebondo si chiuse, e le beate



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