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lucifero

385Le giganti gramigne, e sempre verdi
Spiega l’artico musco i suoi tappeti.
Qui l’indico banàno apre le braccia
Provvide indarno di nettaree frutta;
Qui, impervio ancora al trafficante avaro
390D’ingrati climi e da ogni ferro intatto,
Serba il purpureo sandalo odorato
Le rosee tinte e la gentil fragranza;
Qui, stupendo a saper, quella s’innalza
Pianta ingrata e vulgar, se tu la miri
395Dalle rocce infeconde erger la scarsa
Chioma e scovrir le povere radici
Fuor del sasso natio, mentre co’ rami
Illiberali si trastulla il vento;
Ma egregia pianta e prezíosa, allora
400Che al nascente mattin, fuor degli aperti
Libri deriva e versa intorno un’onda
Di balsamico latte. A lei, se tanto
Gli è propizio il suo dio, ch’indi la scopra,
Corre il nomade adusto, e leva un grido
405D’insolita letizia; trafelanti
I figlioletti accorrono e d’attorno
Tripudíando al caro arbore, il labbro
Danno al buon cibo, e a tutta gioia il core.
E dove mai te lascio, o provvidente
410Abitator di torride contrade,
Stupendo arbor del cocco? Al ciel tu sorgi
Dirittamente come palma, e vinci
Pur la palma in virtù, ben che a lei pari
Sovra l’ispido tronco, a mo’ di piume
415D’orgoglioso pavone, apra le foglie.
Tu al dipinto Indían, che nulla ha cura
Di curvi aratri e di lanosi armenti,
Non pure offri spontaneo asilo e cibo,
Ma, docil fatto ad ogni suo bisogno,



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