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RE DA BURLA


I.


Era il mese d’agosto dell’anno 1810.

Attraverso le finestre spalancate del reale castello soffiava una ristoratrice brezza vespertina. In una delle camere superiori che fanno angolo sedeva Girolamo, il felice sovrano del regno di Vestfalia; e girava l'occhio sulla sua buona capitale di Kassel, le cui torri s’indoravano ai raggi del tramonto.

Non che fosse un rèveur, il piccolo fratello del grande Conquistatore. Ma quel giorno si sarebbe detto che l'incantevole panorama, il quale si spiegava davanti a lui con tanta pompa di splendori, producesse sulla sua anima di re una straordinaria impressione. Nella sua distrazione, rovesciava il capo sulla spalliera del voluttuoso fauteuil. Le mani giunte sul ventre, i piedi stesi sopra un elastico sgabello — tale sedeva egli colà, come una personificazione del dolce far niente, come una incorporata regola di Epicuro, come un re secondo il cuore di Dio. E nondimeno una leggiera ombra di mestizia aleggiava su quell’aspetto di beatitudine: era una sfumatura d’interno malumore, un alito di turbamento, che stranamente contrastava con quella magnifica scena del vicino e del lontano paesaggio.

Improvvisamente dal petto del re si sprigionò un profondo sospiro.